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La “casara”
 
 
Oltre 80 anni fa, il 5 gennaio 1928, 35 capifamiglia di Cerealto davanti al notaio Gaianigo Alessandro di Valdagno firmarono l'atto di acquisto del terreno su cui avrebbero costruito la “casara”. 
Inizia così la storia di quello che doveva essere per oltre 50 anni il punto di raccolta e di lavorazione del latte.
 
 
 
 
La “casara”, o meglio “casello turnario”, era il luogo dove a rotazione ciascun associato ricavava dalla lavorazione del latte, prodotto dalle proprie vacche, i vari prodotti (formaggio, burro, ricotta…) che diventavano indispensabili per il sostentamento della famiglia come alimentazione e come ricavato economico dalla vendita degli stessi.
 
I “caselli turnari” erano molto diffusi nelle nostre zone tanto è vero che erano presenti in parecchie contrade dell’alta valle.
 
Queste strutture svolgevano un’importante funzione economica e sociale a beneficio delle piccole comunità.
 
Ma anche tutto questo doveva cedere il passo all’incalzare dell’industrializzazione, infatti negli anni '70 la “casara” cessò la sua attività e funzione.
 
Negli anni '50 la parrocchia, non avendo ancora strutture adeguate, utilizzava il grande spazio del primo piano della "casara" per rappresentazioni, commedie e riunioni.
 
Lo stabile, dopo la chiusura, fu usato dai giovani del paese come punto di aggregazione per incontri, feste e manifestazioni varie.
 
Per un certo periodo fu anche un valido punto logistico per lo svolgimento delle sagre e delle feste degli alpini. Quindi divenne magazzino e deposito di materiale della parrocchia.
 
 
Particolare del tetto
 
 
 Nel frattempo cominciò un dibattito fra i soci (ora molti di più come eredi) per cercare un valido utilizzo per un edificio che poteva prestarsi a molteplici usi. Ma, ahimè, a distanza di quasi 40 anni continua ancora una sterile e infruttuosa discussione e intanto, se non si interverrà rapidamente, questa struttura è destinata a diventare un cumulo di macerie sotto alle quali verrà sepolto un periodo importante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra tradizione.
 
 
Situazione attuale
 
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La lavorazione del latte
 
 
La lavorazione del latte avveniva in casara, edificio dove gli associati conferivano il latte e dove poi si conservavano i formaggi fino a completa stagionatura.
 
Appena effettuata la mungitura, mattino e sera, il latte veniva portato, con sece e bigolo, alla casara. Veniva versato nella misura e la quantità era segnata sulla lavagna al numero di riferimento di ciascun socio, successivamente il casaro riportava i dati nel registro della contabilità ufficiale. Il latte della sera era raccolto in mestele, recipienti circolari piuttosto bassi e molto grandi, dove durante la notte affiorava la tela o panna. Al mattino questa era raccolta con un’apposita spanarola e messa nella zangola, una botte fissata a due perni che, fatta ruotare da mezz’ora a un’ora di tempo, produceva il burro.
 
Per questa operazione la panna doveva avere una temperatura di circa 12 gradi e l’esperto casaro lo accertava immergendovi un dito e aggiungendo del ghiaccio per abbassare la temperatura.
 
Ora il latte scremato veniva versato nella calgera, una grande caldaia di rame sospesa sul fuoco mediante un robusto perno girevole di legno (la mussa) e, rimestando di tanto in tanto con la risola, un lungo mestolo di legno recante ad una estremità una semisfera, lo si portava alla temperatura di 28 gradi.
 
A questo punto si aggiungeva il caio o conaio (caglio) nella misura di una noce per 100 – 120 litri di latte. Il caglio si ricavava dall’abomaso dei vitelli da latte; tale organo era essiccato al camino e quindi ridotto in poltiglia, mischiato con dell’aceto e conservato in barattoli di legno.
 
Si lasciava poi riposare il liquido, spostando la caldaia dal fuoco, per una quarantina di minuti, aspettando che si coagulasse e dare la caià.
 
Questa veniva tagliata e sminuzzata con due singolari attrezzi, il triso e la chitara, specie di frullini il primo ricavato da un ramo di pino con varie punte, la seconda formata da fili di ferro tesi su un telaio rettangolare.
 
Si riportava la caldaia sul fuoco alla temperatura di 35 gradi e, rimestando con la risola, si faceva cuocere la caià finchè, coagulandosi completamente, non avesse formato un blocco di formaggio bianchissimo. Questa pasta molle (musso), estratta a blocchi dalla calgera, veniva messa nelle fassare, delle sottili fasce di legno di varia grandezza per dare forma al formaggio, e posta quindi a scolare su un piano di legno leggermente inclinato detto parsoro.
 
Infine le forme si cospargevano più volte di sale e, dopo averle unte di olio, si sistemavano per una perfetta asciugatura e la successiva stagionatura su scansie di legno, in un locale ben aerato, tutte contraddistinte dal numero del socio proprietario e dalla data di produzione.
 
Col siero rimasto, ed eventuale aggiunta di altro latte, si faceva la puina (ricotta). Il liquido veniva portato a 90 gradi e fatto cuocere finchè non appariva la fioreta che, estratta con lo schiumatoio, si poneva a scolare in appositi sacchetti di tela o anche in ciotole di legno bucherellate, dette carote. Il rimanente, detto scoro o scota, si dava in pasto ai maiali.